Adobe ha reso disponibile in beta pubblica il suo Assistente AI per Premiere, Photoshop, Illustrator, InDesign e Frame.io. Basato sulla tecnologia Firefly, l’assistente interpreta istruzioni formulate in modo semplice e, a seconda dell’applicazione, può organizzare i file, rinominare le clip, ordinare i materiali, eseguire modifiche e preparare diverse versioni dello stesso contenuto.
In Photoshop, dove è ancora disponibile soltanto nella versione Beta per desktop, si presenta come un pannello nel quale l’utente può descrivere ciò che vuole ottenere: rimuovere un oggetto, modificare alcuni elementi, intervenire su un’area senza selezionarla manualmente oppure generare varianti della stessa immagine.
Secondo Adobe, dovrebbe occuparsi delle operazioni ripetitive che accompagnano il processo creativo, lasciando a chi realizza le immagini le decisioni che le riguardano e consentendogli, almeno in teoria, di dedicare più tempo alle scelte creative.
Un fotografo può tornare da un incarico con diverse migliaia di immagini e il vantaggio, almeno sulla carta, è evidente. Scattare le fotografie è soltanto l’inizio. I file devono essere scaricati e salvati in più copie; ci sono duplicati, errori tecnici e immagini realizzate quasi d’istinto, senza sapere ancora se troveranno un posto nel lavoro. Le fotografie vengono selezionate, contrassegnate, raggruppate e poi riviste per giorni, talvolta persino per mesi. È un’attività in gran parte ripetitiva e l’idea di potervi dedicare meno tempo è certamente allettante.
Il discorso si complica, però, quando ci si accorge che proprio la selezione e la ripetizione contribuiscono al modo in cui il fotografo comprende il proprio lavoro.
Selezionare, confrontare e spostare le immagini da una cartella all’altra può apparire come una semplice attività amministrativa. Eppure, è spesso durante questi passaggi che il fotografo comincia a capire davvero che cosa ha fotografato. Immagini scattate a ore o giorni di distanza iniziano a entrare in relazione tra loro; una fotografia inizialmente scartata può acquistare significato quando viene accostata a un’altra; una persona che al momento dello scatto sembrava una presenza marginale può rivelarsi il filo che tiene insieme l’intera sequenza. Un’immagine trascurata durante la prima selezione può diventare indispensabile una settimana più tardi.
Questo conta soprattutto quando si sta ancora imparando. Confrontare fotografie simili, tornare sugli scatti apparentemente non riusciti, osservare perché un’immagine funzioni diversamente da un’altra: è anche così che si forma il giudizio.
Affidare queste fasi a un assistente può far risparmiare tempo, ma rischia anche di privare il fotografo di alcune delle esperienze attraverso le quali impara a leggere le proprie immagini. La differenza starà nel modo in cui l’assistente verrà utilizzato: potrà aiutare il fotografo a comprendere le ragioni di alcune scelte oppure limitarsi a eseguire le operazioni senza mostrare secondo quali criteri siano state compiute.
Quando la maggior parte dei fotografi lavorava ancora con la pellicola, il foglio a contatto non serviva soltanto ad archiviare le immagini. Nel 1958, quando David Hurn iniziò a frequentare gli uffici di Magnum, passava intere serate a osservare i fogli a contatto dei fotografi dell’agenzia. Non guardava soltanto le immagini che sarebbero state pubblicate. Attraverso i fotogrammi precedenti e successivi poteva seguire i tentativi che avevano condotto a quella fotografia, osservando come il fotografo si fosse avvicinato al soggetto, avesse cambiato posizione o atteso un momento diverso. Quella che sulle pagine di una rivista appariva come un’unica fotografia decisiva era, in realtà, il risultato di un processo molto più lungo.
David Hurn definì in seguito il foglio a contatto «un prezioso strumento di apprendimento». Studiarlo permetteva ai fotografi di confrontare ciò che si aspettavano di ottenere al momento dello scatto con quanto era effettivamente apparso sulla pellicola e di capire che cosa avrebbero potuto fare diversamente. Le immagini non riuscite non erano quindi soltanto materiale da scartare: servivano a comprendere come realizzare la fotografia successiva e, talvolta, erano proprio gli scatti esclusi a spiegare quello scelto.
Con la fotografia digitale questo rapporto è cambiato. Il foglio a contatto si è trasferito sullo schermo e, al posto di un rullino, ci si è trovati davanti a cartelle contenenti centinaia, se non migliaia, di file. Ora l’intelligenza artificiale potrebbe modificarlo ancora una volta, organizzando il materiale prima che il fotografo abbia avuto il tempo di esaminarlo fino in fondo.
Il modo in cui le immagini vengono ordinate non è neutro. Stabilisce quali fotografie saranno messe a confronto, quali verranno viste per prime e quali potrebbero invece rimanere nascoste. Il software non deve arrivare alla scelta finale per riuscire a condizionarla.
Ogni fotografo dovrà quindi capire quali parti del processo sia disposto a delegare. Una volta effettuata la selezione, affidare a un assistente la preparazione dei file per l’esportazione, il ridimensionamento delle immagini o l’applicazione di un flusso di lavoro già definito potrebbe incidere ben poco sul significato del lavoro.
L’Assistente AI di Adobe potrebbe rivelarsi davvero utile, soprattutto se impiegato per operazioni che richiedono tempo senza aggiungere nulla alle fotografie. Il fatto che un’attività abbia sempre richiesto tempo non significa che quel tempo sia necessariamente prezioso.
Tuttavia, risparmiare tempo non significa per forza avere più tempo per guardare. Il processo creativo non inizia soltanto quando un’immagine viene selezionata o sottoposta alle modifiche finali: prende forma anche attraverso la ripetizione, l’esitazione e il tempo trascorso a osservare senza sapere ancora bene che cosa si stia cercando. Se l’intelligenza artificiale riduce una parte di quel tempo, il risultato potrebbe essere una maggiore libertà, ma anche un processo più efficiente nel quale alcune scoperte non avverranno mai.
Sarà facile contare le ore risparmiate. Molto meno capire se, insieme a quelle ore, sia andata perduta anche qualche scoperta. Forse, allora, la domanda più importante è un’altra: i fotografi resteranno liberi di decidere quali forme di lentezza facciano ancora parte del loro lavoro?
Silvia Donà